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Colonialismo italiano

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La storia del colonialismo italiano, non è stata, probabilmente, migliore di tante altre. Un capitolo storico che permeò tutta l’Europa per quasi 100 anni, non ascrivibile esclusivamente al solo periodo fascista e ancor più alla sola guerra d’Etiopia (1935-36). Interessante anche, vedere oltre la seconda guerra mondiale, data comunemente indicata come la conclusione del dominio coloniale italiano in Africa. Infatti, se è vero che la guerra pose fine alla fattispecie propriamente coloniale di un dominio diretto italiano sulla Libia e nel Corno d’Africa, la nuova Italia repubblicana rivendicò con forza la restituzione delle colonie per tutto il secondo dopoguerra fino al 1949.

Ma scrivere oggi di colonialismo italiano è piuttosto difficile. Lo è per ogni cosa, in realtà. Perché ogni questione politica o sociale che si affronti, anziché fornire elementi di riflessione nuovi, spesso sfocia in duri scontri ideologici con slogan ripetuti in continuazione.

Sembra, non da oggi ma già da qualche anno, sia in atto un “acceso dibattito” (i dibattiti sono sempre accesi) che tenta di affrontare il tema del proprio passato coloniale, con lo scopo evidente di discutere quanto ancora sia presente la passata cultura imperialista nei diversi attuali contesti. Non crediamo che siano stati in molti ad accorgersi di una discussione tanto eccitante, anche perché si è spesso distratti da questioni più urgenti. Si racconta che la storia d’Italia (raccontata da chi?) e la coscienza degli italiani hanno dimenticato il proprio periodo coloniale e tale “dimenticanza” (e qui viene la parte interessante) ha prodotto una sorta di rimozione collettiva, rendendo oscura la relazione tra gli immaginari passati e quelli del presente, legati alla strisciante cultura razzista diffusa nel nostro Paese.

Ora, quest’ultima frase potrebbe (a scelta) essere liquidata con una sola parola, oppure (per chi a tempo e voglia) commentarla con un saggio di qualche centinaia di pagine. Non vorremmo fare ne l’una ne l’altra cosa.

In sostanza si vuole mettere in evidenza quanto di grave si nasconde nelle filastrocche, le canzoncine e i modi di dire, ancora oggi diffusi e molto popolari. La “ninna nanna” in cui si dice che il bimbo “lo daremo all’Uomo Nero/ che lo tiene un anno intero”. Oppure il “Sono incazzato nero”, e “lavoro come un negro tutto il giorno”, e ancora “lavorare in nero”, quest’ultimo molto usato nel linguaggio simil-sindacalista. Tutto ciò è effettivamente radicato nel parlare quotidiano che non ci chiediamo neanche più cosa “davvero” voglia dire, e perché siano associati proprio al “nero” e non a un altro colore.

Sono modi di dire razzisti?

Ecco la domanda che tutti ci aspettavamo.

Naturalmente le nostre nonne non erano affatto razziste quando ci cantavano la ninna nanna dell’Uomo Nero per farci addormentare… E allora di che si tratta?

Appare come un sincero desiderio di sapere, la voglia di un pensiero determinato ad astenersi da ogni giudizio, la ragione che cerca di farsi largo a ipotesi diverse. Non lo è, la “zona d’ombra” denota una forma strisciante di razzismo espressa più o meno cosi: esiste in tutti noi, una sostanziale difficoltà nell’entrare in relazione con qualsiasi forma di “diversità”.

«Ninna nanna ninna o/questo bimbo a chi lo dò (…)», uno stereotipo, certo. Ma, sapete, di opinioni precostituite, generalizzate e semplicistiche, che non si fondano su valutazioni personali di casi specifici ma si ripetono meccanicamente, su persone, avvenimenti e situazioni in questa Italia democratica ce ne sono tante e non sono filastrocche.

UN’”ACQUA DI COLONIA” TUTTA ITALIANA: INTORNO ALL’ULTIMO LAVORO DI FROSINI/TIMPANO

Acqua di colonia, ultimo lavoro di e con Elvira Frosini e Daniele Timpano, è uno spettacolo sulla storia del colonialismo italiano. Sì, ma quale?, visto che è una vicenda durata pochissimi anni, che risale all’ormai ben superata (?) epoca fascista, e non siamo mica stati grandi imperi come l’Inghilterra o la Francia – questo è il luogo comune condiviso -, e comunque nessuno ce l’ha raccontata a scuola o sui giornali, se ne sa poco o praticamente niente: appunto, solo quel che resta di consolatorio e giustificatorio nell’immaginario collettivo. E invece non è così, lo spettacolo centra l’obiettivo fin dal titolo: è una vicenda rimossa, ben più profonda e radicata di quello che crediamo (risale addirittura alla fine dell’Ottocento, ben prima che Mussolini e i suoi andassero alla ricerca di “un posto al sole”) – proprio come un profumo, quell’”acqua di colonia” che resta sulla pelle a distanza di tempo, nell’aria, tutt’intorno a noi oggi che si dibatte tanto di Medio Oriente, migranti e ius soli.

Acqua di colonia si fonda da un lato sul montaggio, in una sorta di blob sempre più dilagante, di documenti che certificano la storia di colonialismo istituita e legittimata dal nostro Paese: dalle guide di viaggio dei primi del Novecento, citate parola per parola, alla testimonianza richiamata di personaggi celebri coinvolti nelle guerre d’Africa come Indro Montanelli; dalla creazione delle prime leggi razziali al razzismo veicolato dal cinema anche d’autore – si va dall’inquietantissimo Topolino in Abissinia a Tognazzi, e aprendo lo sguardo oltreconfine da Stanlio e Ollio alla Mia Africa con Meryl Streep – e ancora perpetrato decenni e decenni dopo dalle pubblicità in TV (dalle caramelle Tabù all’iconografia degli appelli delle ong); dalla passione esotista delle grandi opere della modernità (vedi Aida, scritta per l’inaugurazione del Canale di Suez da un Verdi che come Salgari e altri non aveva mai messo il naso fuori dall’Occidente) alle canzoni fasciste (Faccetta nera su tutte ovviamente) a quelle pop degli anni Settanta (basti pensare ai Watussi).

È una vicenda che comincia almeno nella seconda metà del XIX secolo, attraversa tutta la storia e la cultura del Novecento (siamo noi a sperimentare i primi bombardamenti aerei di sempre, in Libia nel 1911), per arrivare all’oggi in un intreccio di opinioni razziste e coloniali che saltano da Immanuel Kant al barista sotto casa, da Rousseau ai pregiudizi di amici e parenti, da Aristotele a youtube. Sarebbe impossibile riconoscere da chi proviene il commento in questione se gli attori dopo qualche secondo non ne dichiarassero la fonte, disegnando così una storia coloniale radicata e antichissima, e tuttora assolutamente operante, all’interno dell’immaginario e delle consuetudini europee; e però anche dichiaratamente, specificamente italiana, se pensiamo – come ci ricorda lo spettacolo – che pur non avendo una tradizione coloniale del calibro di Gran Bretagna o altri Paesi, l’Italia durante la guerra d’Etiopia – impresa sanzionata dal proto-Onu ma lasciata transitare da Suez – in pochi mesi ha impiegato 500.000 soldati, quanto gli americani in 15 anni di Vietnam.

Non è interessante?  Qui si dice che lo spettacolo “centra l’obiettivo fin dal titolo: è una vicenda rimossa, ben più profonda e radicata di quello che crediamo”. Non siete più felici ora, e non avete voglia di vederlo?

Continuate a leggere.. (se pensate ne valga la pena)

http://www.iltamburodikattrin.com/recensioni/2018/acqua-di-colonia/

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globetheatre

Interessato al mondo della comunicazione e formazione in generale, (e in particolare al più importante mezzo di comunicazione di massa, come quello televisivo) nelle sue mille sfaccettature, in considerazione dell’importanza crescente che i processi di comunicazione acquisiscono nell'ambito della società moderna determinando così profondi cambiamenti nei modelli di comportamento e nelle relazioni sociali. Sono altresì interessato al processo di formazione dell'arte in una società tecnologicamente avanzata come la nostra, in cui la realtà virtuale è sempre più pressante e invadente. L’attività si sviluppa attraverso un’associazione che opera in continuità con la propria vocazione no profit e che incarna la vocazione alla partecipazione e alla ricerca presupposti irrinunciabili ai fini di una coerente ed efficace azione progettuale e una società dedicata alle componenti progettuali e gestionali dell’azione in campo culturale, e che consente una risposta più efficace e pertinente alla crescente domanda di un approccio imprenditoriale e di una visione aziendale nella gestione dei mercati culturali.

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