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Comici in cornice

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di Maria Teresa Falbo

I Comici. C’è chi ha detto che “il cinema comico ha prodotto alcune fra le più grandi opere dell’arte nell’America del ventunesimo secolo”. E’ vero. Ha fatto anche di più: ha conquistato centinaia di milioni di persone di tutti i continenti e fornito al nostro secolo una marea di prototipi della umana condizione tragicomica degli umani. La verità è che quelli che arrivarono ebbero subito grande libertà. Chaplin, Keaton e gli altri si trovarono nelle condizioni, magnifiche e irripetibili di essere giovani in un’arte giovane; loro inventori di un’arte da inventare. L’analisi dei loro film ha dimostrato una magica condizione di ricerca, un desiderio di indagine continua. Ogni trovata comica si trasformava da semplice invenzione per far ridere in affascinante occasione per esplorare questo spazio nuovo. L’immagine in movimento. Il  genere del “comico” si appropria, da subito e impetuosamente, d’ogni specie di trucco e si presenta con una forza liberatoria formidabile.

Il classico catalogo farsesco, fatto di equivoci, beffe e travestimenti, bastonature e incidenti, viene adattato al nuovo linguaggio. Il cinema fa irruzione, scompiglia come una ventata. Non ha ancora nessun credito presso la corte colta dei letterati. E’ parente bizzarro che non si sa come trattare, ma fa ridere. Certamente se qualche scrittore avesse convogliato in forma letteraria, invece che sullo schermo, i lanciatori di torte, i versatori di zuppe, i tiratori di bombe, il ladri di stufe roventi e tutto il resto, avrebbe ottenuto una gran reputazione, forse gran rispetto. Ma in quel mucchietto d’anni non è così.

La parodia, la burla e lo sconquasso visivo non sono ancora tenuti in gran conto. Ci si rende conto subito che il cinema è terreno propizio per rappresentare il malinteso, il capovolto e il buffo. Perché il cinema è fotogramma, finestra; è un quadro, uno spazio che marca l’inquadratura lasciando che qualcosa appaia e qualcosa  no. Sono quattro bordi immaginari che fanno vedere meno o diversamente da quello che è. All’inizio di “My wife’s relations” (1922) Keaton, ad esempio,si presenta come uno scultore impegnato a plasmare le sue creazioni, ma un allargamento della prospettiva ci fa capire che la creta è pasta e lo scultore sta foggiando tutt’altro: pasticcini da mettere in forno. Il cinema è anche palcoscenico che spezza l’azione o accostandola, la compone. E gli effetti di capovolgimento di senso, così frequenti nella gag verbale, possono avvenire, con l’immagine, per l’accostamento di inquadrature che ci fanno scoprire un senso completamente diverso da quello che avevamo colto. In “ Preferisco l’ascensore” (1923) un’inquadratura in cui il “giovanotto” Harold Lloyd ci appare sul punto di essere impiccato con accanto un prete che lo assiste e le donne che piangono, si rivela essere nient’altro che il dettaglio di una scena d’addio alla stazione. Una serie di concomitanze opportunamente isolate dall’inquadratura, ha prodotto l’equivoco. Il cinema è ritmo, successione di inquadrature, “tempo”. Sappiamo che una gag verbale consiste nel mettere insieme parole che, prese una per una, non fanno ridere per niente ma che, a un certo punto hanno, improvviso, un rovesciamento. Lo stesso vale per la gag visiva.

Una gag irresistibile vuole un “tempo” perfetto e ha nel ” rovesciamento” il comune denominatore. Avviene spesso nella continua trasformazione di senso che si attribuisce agli oggetti e alle situazioni. Stravolge usi e funzioni codificate e afferma le ragioni di un io arbitrario e imprevedibile. Un io poeta: in “Charlot usuraio” (1916) vediamo Chaplin aprire una sveglia come una scatola di conserva. Perché gli oggetti nelle mani dei grandi comici, trasformano la loro inerzia di “strumenti” in una vita fantastica, libera e inaspettata. L’accendino? Stanlio fa uscire la fiammella dal proprio dito pollice; (ci prova anche Ollio ma si scotta). La chiave inglese? Quella di Chaplin in Tempi moderni si trasforma in arnese diabolico che avvita qualunque cosa, compresi i bottoni delle giacche. Il cinema è annullamento della distanza tra spettatore e attore. Si forma un catalogo consistente di espressioni comiche che il primo piano (l’inquadratura limitata al volto) esalta: nasce il deadpan (letteralmente “viso senza espressione”), una tecnica di recitazione la cui comicità nasce dall’assenza di reazioni in situazioni in cui sarebbero logiche (Keaton ne fu maestro). Il cinema è movimento, corpo che si muove, azione. E il cinema comico se ne serve: difficoltà di coordinamento motorio o armonia fantastica in situazioni che non la richiedono affatto.

Da una parte la goffaggine, l’impaccio nella consuetudine, dall’altra la gioia del movimento e la grazia danzante anche nelle scazzottate. Gli eccessi, insomma. Capitomboli che diventano rimbalzi da palla di gomma, lo scoppio di una bomba che si trasforma in un modo per lasciare qualcun altro annerito dal fumo, coi capelli ritti e in mutande. Ma le occasioni per ridere non si fermano alle “forme”: pescano a piene mani nell’ambiguità dei rapporti interpersonali, nel significato autentico delle situazioni e dei gesti, nei dati più comuni dell’esperienza di ogni giorno. E poi si ripetono ossessivamente, assomigliano agli incubi buffi: Charlot che lotta allo spasimo per rimettere in equilibrio la baracca sospesa nel vuoto in “La febbre dell’oro” (1925); le catastrofi nelle quali è continuamente proiettato il corpo fragile di Buster Keaton; le folli scalate di grattacieli di Harold Lloyd. Come tutti i momenti magici, anche questo dura poco: il tempo, le cose e , soprattutto, le “case” di Hollywood riescono presto ad addomesticare, ad addormentare tutto.

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globetheatre

Interessato al mondo della comunicazione e formazione in generale, (e in particolare al più importante mezzo di comunicazione di massa, come quello televisivo) nelle sue mille sfaccettature, in considerazione dell’importanza crescente che i processi di comunicazione acquisiscono nell'ambito della società moderna determinando così profondi cambiamenti nei modelli di comportamento e nelle relazioni sociali. Sono altresì interessato al processo di formazione dell'arte in una società tecnologicamente avanzata come la nostra, in cui la realtà virtuale è sempre più pressante e invadente. L’attività si sviluppa attraverso un’associazione che opera in continuità con la propria vocazione no profit e che incarna la vocazione alla partecipazione e alla ricerca presupposti irrinunciabili ai fini di una coerente ed efficace azione progettuale e una società dedicata alle componenti progettuali e gestionali dell’azione in campo culturale, e che consente una risposta più efficace e pertinente alla crescente domanda di un approccio imprenditoriale e di una visione aziendale nella gestione dei mercati culturali.

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