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Una critica teatrale da non perdere

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Una critica teatrale piuttosto interessante. Del resto, chiunque, volendo, potrebbe scrivere su quanto a teatro vede: è bello, è brutto, mi è piaciuto molto, oppure no, ma che bravo Tizio e Caio non l ‘hai visto… che amore.

La gentile Signora, non vuol fare una recensione, ma trasmettere la gioia di quanto ha visto. Siamo felici della sua felicità. La recensione, d’altra parte, non è un raccontino di superficie o una stiracchiata e affaticata analisi di estetica teatrale; non è nemmeno un resoconto di questo o quel genere, ma una vera e propria scrittura che non vuole solo descrivere (o meglio in parte naturalmente si, per far capire di cosa si sta parlando), ma si pone come opera autonoma sia rispetto al testo che allo spettacolo. E non tutti possono farlo evidentemente. Il brano, qui di seguito proposto ( in modo scherzoso mi auguro senza offendere nessuno) e senza dire nulla sullo spettacolo.

Oh, ipotalamo! (struttura del sistema nervoso situata nella zona centrale interna ai due emisferi cerebrali)

Ce l’ho, ce l’abbiamo. Brachicardia, (riduzione della frequenza cardiaca) tachicardia. Le sue nove (o quante) zone sono ben protette (questa è una buona notizia).

Molto più di una centrale nucleare. Ci governa. Dov’è’ dové? Fortunatamente nascosto alle mani. Altrimenti vorremmo prenderlo e governarlo, governare chi ci governa. Poterlo afferrare. (Un momento, prendere chi, afferrare cosa, chi ci governa?)

Per fare del cuore il ritmo che vogliamo. Della morte però ancora moriamo; persino di paura.Oh Ipotalamo! Dice una delle arie pop-song che scandiscono la storia che stiamo vedendo (vivendo): Operetta in nero. Nei Teatri Stabili di tutta Italia, si capisce che siamo un popolo longevo. (Un momento questa la riscrivo….. )

Nei Teatri Stabili di tutta Italia, si capisce che siamo un popolo longevo. (Non è servito….continuo a non capire…)

Bisogna sedere sul fondo e avere molte teste davanti tutte in fila. Possibilmente: alle sere dalle “prime”; quando sbucano i soliti che si conoscono tra loro, i critici che criticano e le mogli dei critici che si auto-autorizzano a criticare. In fila l’orizzonte piatto della vecchiaia composta ( de!composta ) seduta allo stesso posto pettinata dallo stesso parrucchiere che non è ancora morto. Anch’io da dietro sono quella riga d’orizzonte, che ci sia andata o no dal parrucchiere. Bisogna che siano passati questi nostri 30 anni per capire, seduti nei teatri, che non è cambiato niente.

(Gli ultimi 30 anni…dunque vediamo….diciamo dagli anni ’80? In effetti non è cambiato molto)

S’afferra d’un colpo Nietzsche l’Amor fati e l’ipotalamo. Il ritorno dell’eterno ritorno. Ogni tanto però tra le correnti delle tende, nel gioco tra il palco e la platea, passa dalle orecchie come un vento e va a smuovere il sonno delle nuche in fila sempre uguali. Raramente. Occorre un maestro che orchestri il saputo con l’intuito per renderlo scossa di risvegli. Avviene solitamente attraverso il “fiato” come per la creazione. Un’onda di suono o di luce entra in quel buio che abbiamo dentro. La musica può. Per la vista si complica la compenetrazione. Ci vuole qualcuno che sappia della luce usare segmenti accostati come per il suono. Ci prova da sempre (nome del regista) e ci riesce. Per quello che si può. Perché andare a teatro può essere voglia di divertimento. Meglio se specchio però.

(Non può essere l’uno e l’altro?)

Dai molti irriconoscibile specie se volto al futuro. Operetta in Nero denuncia con il diminutivo, non tanto un senso di leggerezza, o di genere musicale, quanto quel “poco” che possiamo afferrare di uno squasso e di una rinascita, ripetitivi, che ci fa essere lì comunque. A quel punto. Qui o altrove, questa sera. (Nome del regista) mette in scena un atto finale della storia dell’occidente, della sua reiterata comunicazione-informazione-formazione-astrazione, che ha forgiato da pensieri forme, persino sfuggite al pensiero realmente pensato. Stupefacenti. Oh meraviglia! Sostitutive al sogno. Visione irreale scambiata per vera. Coma vegetativo dell’anima. Due esseri sul palco sbucano biascicando resti imputriditi della loro esistenza. Sono vivi sotto un immane disastro. Bolla, così si chiama il giovane, si esprime cliccando con il cervello sui resti, è il prodotto della “degenerazione” contemporanea: senza passato, senza futuro, vive nella “bolla” del presente, privo di educazione sentimentale. Il Generale adulto vive di passato grasso, quello che ha portato l’umanità all’autodistruzione. Tra le loro storie incomunicanti appare Mefisto che canta dei due personaggi, li commenta, li racconta; porge alfabeti e pezzi di storia a brandelli. Li cuce in musica. E’ un canto forte è sirena, apparizione, suggerimento, lettura metafisica. Estraniata. Citazione Brechtiana (o memoria).

Scheda di cori zippata in una unica voce potente.

Che sia un destino, venga prima o dopo, che sia già stato o a venire, non ha importanza: si presenta alla percezione in forma di frammento come ogni cosa nello spazio-tempo dell’interpretazione dell’esistenza. Semmai è il materializzarsi in forma di musica ad elevarlo ad alfabeto. Ritrovato. Per i posteri o per il nulla. (Nome del regista) ha sempre mischiato immagini registrate alla carne degli attori, ai fiati delle voci, a suoni dislocati su piani differenti, compenetrati. Uno spartito per suoni e immagini. Questa volta le proiezioni sono bianche, grigie o nere. Hanno perso colore e lineamenti. Sono ombre che si allungano, che incombono dietro all’umano e oltre Mefisto. Un dove ancora più lontano. In viaggio nell’universo? Per quali altre azioni o fermo-immagine-eterno? In equilibrio in forma di spartizioni tra il bianco e il nero assoluti e citano o deformano o fanno altro da ciò che muove Mefisto. Da ciò che brulica tra i rotti resti del mondo. Evocano o ripropongono. Sono spettrali flash, quanto l’ombra della donna svanita sul muro ad Hiroscima. Terribili presagi di ultima epifania, già spenta. O in viaggio. Ombre di pre-esistenza. Mefisto è il canto accattivante e lugubre della nostra cultura: denaro, tecnologia, guerra, illusione di sterile riproduzione infinita. Assurda visione di eternità in sequenza quasi eterna per immagini. Immortalità prevista in quanto previsione di continuità già morta. Sterile registrazione di non-coscienza d’esistere. Già premio d’aldilà. Per essere noi artefici di globale creazione e spettatori anticipati della nostra fine. Che finalmente cadrà dal cielo in pioggia di satelliti e uccelli. Facendo del presente l’origine: il buio. Il tonfo imprevisto. Trasalimento, non ancora risveglio. Mefisto parla il linguaggio dell’impero in forma di colonna sonora dell’esistenza esistita. Ma. Questo segmento è una storia non vera che sembra vera su un palco. Ma. E’ ciò che sembra vero fuori invece è finto. Poi nella piccola luce di tre candele più una di Mefisto, c’è una scintilla reale. Il dialogo: se scocca come comunicazione può sconfiggere l’ombra. Altrettanto piccolo sembra il movente. Trovare lo sguardo tra un uomo e un uomo. Non guardare in alto né in basso, ma diritto dentro gli occhi di uno che cerca dall’altro un minimo segno di comprensione, condivisione. Senza prezzo o contropartita, per con-passione e con-penetrazione. E’ il Generale a fare emergere in tutta la sua vita un momento apparentemente irrilevante che per un piccolo gesto di umana solidarietà ritrova il nocciolo dell’esistenza. Superando l’abitudine a sostituire la conoscenza con la comunicazione, la cultura con l’intrattenimento; riconoscendo l’essere umano diverso dal valore di vantaggio, di possesso, di merce di scambio. Il Generale possiede il passato e quindi intuisce l’idea di futuro. Lui può trovare il presente cosciente. Esco dal Teatro. Gli sguardi sono ancora troppo in alto in basso, sbiechi, introflessi, vuoti. A casa la TV parla dei reattori nucleari, il due, il tre, ma anche il quattro, potrebbero esplodere, forse li cementeranno. Cade la neve su Tokyo, caos di lussuose macerie formano una poltiglia di morte. Infiniti post-it colorati, piccoli aquiloni quadrati appiccicati, immobili contro i muri rimasti in piedi, pieni di scritte, i nomi di uomini inghiottiti dal fango, seppelliti dai rottami delle barche, delle auto, del benessere lucido e splendente. Spengo. Buio. Dov’è? mi pare di vedere una piccola luce di candela. Non devo fidarmi delle menzogne che mi sono state dette per il bene. Il bene! Non era che il suo inventato pseudonimo: progresso. Il progresso deve ancora venire. Non mi devo fidare, riesco a vedere il passato: saprò come formare futuro. Nuovo. Fortemente delicato. Io ho visto un’opera allegra questa sera perché mi ha insegnato a sentire le voci delle ombre e mi ha portato una nuova candela da accendere per quel futuro. Non è una richiesta. E’ un antidoto alle ombre.

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globetheatre

Interessato al mondo della comunicazione e formazione in generale, (e in particolare al più importante mezzo di comunicazione di massa, come quello televisivo) nelle sue mille sfaccettature, in considerazione dell’importanza crescente che i processi di comunicazione acquisiscono nell'ambito della società moderna determinando così profondi cambiamenti nei modelli di comportamento e nelle relazioni sociali. Sono altresì interessato al processo di formazione dell'arte in una società tecnologicamente avanzata come la nostra, in cui la realtà virtuale è sempre più pressante e invadente. L’attività si sviluppa attraverso un’associazione che opera in continuità con la propria vocazione no profit e che incarna la vocazione alla partecipazione e alla ricerca presupposti irrinunciabili ai fini di una coerente ed efficace azione progettuale e una società dedicata alle componenti progettuali e gestionali dell’azione in campo culturale, e che consente una risposta più efficace e pertinente alla crescente domanda di un approccio imprenditoriale e di una visione aziendale nella gestione dei mercati culturali.

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