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Le tasche vuote della cultura in Campania

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di Mirella Armiero

La cultura in Campania ha le tasche vuote. Lo ha denunciato il Corriere del Mezzogiorno nelle scorse settimane e lo conferma il governatore De Luca, che del tema ha parlato ieri, per far sapere che la situazione attuale non dipende da lui. In parte è davvero così, nel senso che De Luca governa la Campania solo da un anno e molti crediti accampati da teatri e fondazioni sono precedenti, risalgono in alcuni casi anche al 2013. Ma non sembra finora che questa giunta si sia affannata a ripianare la situazione. Speriamo che ora possa accadere, come ieri ha promesso il presidente annunciando lo sblocco dei fondi per lo Stabile, anche perché siamo arrivati davvero a un momento cruciale. Il teatro Mercadante ha conquistato la qualifica di Nazionale, eppure i suoi lavoratori questa sera porteranno la loro protesta alla ribalta, prima del debutto di Mariano Rigillo.

Una manifestazione più che giusta, che svela la sofferenza di un settore cruciale per la città. Potrebbe essere la prima di una lunga serie, dal momento che ci sono altre realtà con stipendi a rischio e fondi mancanti. Basta pensare soltanto all’annoso caso del Trianon. Il meccanismo è perverso: i soldi, in teoria, ci sono. Ovvero sono stati deliberati. Ma in concreto non arrivano, se non in forte ritardo, e costringono i beneficiari dei finanziamenti a indebitarsi. Lo stesso strangolamento lo hanno del resto subito negli anni scorsi molti istituti culturali. Ora anche il competitivo museo Madre e il prestigioso San Carlo si trovano a navigare nelle stesse acque. Dunque ha fatto bene De Luca a bloccare l’operazione Al Pacino, che sarebbe risultata ingiustificabile in una regione con questa emergenza. Per chi invece invoca la necessità di sponsor privati, va ricordato che non è soltanto così che si può risolvere il problema.

Anche perché siamo ben lontani dai processi di defiscalizzazione che nel mondo anglosassone favoriscono questa abitudine. In Italia, e soprattutto al Sud, non può che essere ancora in larga parte pubblico il sostegno alla cultura. Ma è bene tenere presente che questo investimento molto difficilmente fa registrare un ritorno economico. Ovvero va abbandonata l’idea degli «attrattori culturali» come macchine fabbrica-soldi. Un equivoco sul quale fa luce con competenza un acuto libretto di qualche anno fa, «L’economia della cultura» di Françoise Benhamou. Dati alla mano, la studiosa francese dimostra che spendere soldi per la cultura incide soprattutto sul grado di civilizzazione e sulla qualità della vita. A Napoli non è poco.

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/arte_e_cultura/16_aprile_20/tasche-vuote-cultura-2a61292a-06c4-11e6-9105-f9e7e6e56e01.shtml?refresh_ce-cp

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globetheatre

Interessato al mondo della comunicazione e formazione in generale, (e in particolare al più importante mezzo di comunicazione di massa, come quello televisivo) nelle sue mille sfaccettature, in considerazione dell’importanza crescente che i processi di comunicazione acquisiscono nell'ambito della società moderna determinando così profondi cambiamenti nei modelli di comportamento e nelle relazioni sociali. Sono altresì interessato al processo di formazione dell'arte in una società tecnologicamente avanzata come la nostra, in cui la realtà virtuale è sempre più pressante e invadente. L’attività si sviluppa attraverso un’associazione che opera in continuità con la propria vocazione no profit e che incarna la vocazione alla partecipazione e alla ricerca presupposti irrinunciabili ai fini di una coerente ed efficace azione progettuale e una società dedicata alle componenti progettuali e gestionali dell’azione in campo culturale, e che consente una risposta più efficace e pertinente alla crescente domanda di un approccio imprenditoriale e di una visione aziendale nella gestione dei mercati culturali.

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