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La Biennale Teatro di Venezia

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e il nuovo teatro italiano

La Biennale Teatro di Venezia nell’edizione 2020 auspica e vuole dare visibilità a tutta una serie di autori, attori e registi che per età anagrafica, per scelte artistiche ma soprattutto per il (malamente) organizzato teatro italiano, sono confinati in una fascia pressoché invisibile del teatro stesso, fuori dai circuiti tradizionali, dai teatri nazionali e dai tric, dalla popolarità, dai giornali ecc…. Non è straordinario? E’ questo che si vuole veramente? Bene, con una buona riforma del teatro sarebbe possibile.

Un articolo da “la Repubblica”

Mentre è in corso la Mostra del cinema, ci si prepara con alcune riflessioni alla Biennale Teatro di Venezia che inizierà subito dopo, dal 14 con un rito propiziatorio poetico di Mariangela Gualtieri.

Biennale Teatro

E’ l’ultimo anno della direzione di Antonio Latella e, anche se per ora solo sulla carta, mi pare un’edizione molto interessante, dopo certe discontinuità di scelta intraviste a posteriori nelle precedenti edizioni.

Al netto del tema che dà il let motiv all’intero programma – “la censura”: personalmente mi interessa poco, anche perché spesso ho visto più censura in quelli che si dichiarano contro la censura…. – Antonio Latella ha voluto un festival sul teatro italiano e soprattutto ha voluto dare visibilità (anche internazionale) a tutta una serie di autori, attori e registi che per età anagrafica, per scelte artistiche ma soprattutto che, per il (malamente) organizzato teatro italiano, sono confinati in una fascia pressoché invisibile del teatro stesso, fuori dai circuiti tradizionali, dai teatri nazionali e dai tric, dalla popolarità, dai giornali ecc….

Chapeau per l‘azzardo. Un cartellone con nessun nome, o quasi, “conosciuto” allo spettatore medio sembra fantascienza. Certo, sarebbe auspicabile mescolare le carte, non sacrificare la dialettica tra generi, tra generazioni e culture teatrali diverse, ma forse si tratta di una scelta indispensabile, e magari capace di correre rischi per anticipare tendenze.

In Italia il disinteresse dei grandi operatori per questo teatro è nota. Da anni ormai si assiste a una malefica biforcazione tra un teatro dei circuiti istituzionali, di artisti che sono riusciti a emergere, di spettatori abbonati, e un teatro che prova strade non convenzionali, sia drammaturgiche che attoriali, anagraficamente più giovane, e molto meno raccontato, visto solo nei festival o nei circuiti più piccoli, una realtà parallela, spesso seguito da una nicchia di spettatori che è sempre quella, o, peggio, sottoposto all’immaginario fervido di una certa critica che avalla anche ciò che non se lo merita.

Il cartellone della Biennale 2020 ha dunque già un risultato simbolico importante: la fine di quel proibizionismo e la voglia di rendere nitido un panorama ancora offuscato.

L’altro merito è che, a parte qualche eccezione (Babilonia, Jacopo Gassman che è un bravo regista ma soprattutto un attento lettore di testi, i Biancofango…), la Biennale dà spazio a tutta una generazione di trentenni o giù di lì che pare fortunatamente molto meglio di quella che l’ha preceduta, quella dei “nuovi” linguaggi presto diventati retorica, caratterizzata da una abbastanza diffusa ignoranza delle regole teatrali basiche (recitazione, uso della voce senza microfono, regia …) e spesso o incapace di distaccarsi dall’autobiografia, o dall’estetizzazione della forma ecc….

 la cialtroneria del teatro italiano

Per quello che si è visto il teatro di questa nuova leva è molto cambiato. Intanto è una leva che ha studiato come si recita o come si dirige, ha il valore dell’apprendistato, dell’esperienza, non sembra avere il morbo dell’autoreferenzialità, ha una idea di cosa sia la drammaturgia, l’ interpretazione dei testi e il desiderio di un confronto con i classici. Se penso a Leonardo Lidi, a Fabio Condemi, Leonardo Manzan, Daniele Bartolini, il Teatro dei Gordi, ma anche ai formati ibridi di Industria Indipendente (un bellissimo lavoro su Aminta presentato qualche anno fa a Roma), o Fabiana Iacozzilli, Martina Badiluzzi, Caroline Baglioni per citare quelli che più conosco, sono attori o registi artisti che hanno studiato nelle scuole e mediamente si vede, sanno recitare, sono stati affiliati a qualche artista, non ignorano le radici storiche del panorama contemporaneo e ci si confrontano, hanno letto testi classici e ne hanno un bagaglio formale importante. Insomma è una generazione molto diversa e potenzialmente più complessa e ricca, che mi pare molto interessante.

Il merito di averla scovata, oltre che di darle visibilità, è di Latella, ma anche della Biennale e in particolare di Biennale College,una creatura dell’ex-presidente Paolo Baratta: uno spazio- laboratorio di pedagogia ma soprattutto di integrazioni con i “maestri” .

Per finire, anche se prematuro, si potrebbe fare un discorso sui due Leoni di questa Biennale Teatro, quello d’oro al musicista Franco Visioli e quello d’argento al pedagogo e coreografo Alessio Maria Romano. So che hanno lavorato entrambi con Latella e questa sarà una buona ragione per meritarsi un Leone. Ma non la capisco fino in fondo.


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globetheatre

Interessato al mondo della comunicazione e formazione in generale, (e in particolare al più importante mezzo di comunicazione di massa, come quello televisivo) nelle sue mille sfaccettature, in considerazione dell’importanza crescente che i processi di comunicazione acquisiscono nell'ambito della società moderna determinando così profondi cambiamenti nei modelli di comportamento e nelle relazioni sociali. Sono altresì interessato al processo di formazione dell'arte in una società tecnologicamente avanzata come la nostra, in cui la realtà virtuale è sempre più pressante e invadente. L’attività si sviluppa attraverso un’associazione che opera in continuità con la propria vocazione no profit e che incarna la vocazione alla partecipazione e alla ricerca presupposti irrinunciabili ai fini di una coerente ed efficace azione progettuale e una società dedicata alle componenti progettuali e gestionali dell’azione in campo culturale, e che consente una risposta più efficace e pertinente alla crescente domanda di un approccio imprenditoriale e di una visione aziendale nella gestione dei mercati culturali.

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