Per ogni libro degno di essere letto

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c’è una miriade di cartastraccia

di Maria Teresa Falbo

Chi può compiere il lavoro di uno schiavo meglio di uno schiavo stesso? Con una rapida ricerca in rete vedo che i libri sono, attualmente, circa 129.864.880. In realtà sono molti di più. Si suppone però, che in questo gigantesco numero siano compresi i libri scolastici ed universitari ma, anche qui, potrebbero mancare molti titoli non ricercabili in rete come quelli ormai fuori stampa. Insomma, un mare di libri per un esiguo numero di lettori. Uno degli ultimi rapporti Istat sulla produzione e la lettura di libri in Italia, certifica che nel 2013 i lettori sono diminuiti rispetto al 2012, passando dal 46 per cento al 43 per cento della popolazione. Chi legge non più di tre libri l’anno è circa la metà dei 24 milioni di lettori. Di questi, coloro che leggono almeno un libro al mese, cioè i cosiddetti lettori forti, sono solo il 13,9 per cento. Dunque, il 57 per cento degli italiani non legge libri. Non sappiamo quanti capolavori ci siano in giro e, dal momento che questa definizione pertiene a una casta scelta appositamente, dovremmo poterli leggere anzitutto noi, per primi, come soggetti attivi nella formulazione di un pensiero, capaci di giudicare e stabilire ciò che per noi, è un capolavoro.

E’ certo invece, che siano capolavori, ma di inganno, quei libri che sono semplicemente il risultato della manipolazione e della propaganda del Sistema e qui potrebbe avere di gran lunga ragione Arthur Schopenhauer, nella riflessione riportata in titolo. Eppure ciò sembra non riscuotere che pochi interrogativi, ad esempio, nella massa studentesca che, in piazza, reclama più cultura. Vorranno più libri oppure più tempo, qualitativamente diverso, da dedicare allo studio? La protesta appare ambigua e anche penosa, perché nel momento stesso in cui si reclama più cultura, si riconosce una casta della cultura e un primato a coloro che ne fanno parte. Ma è poi così vero che non abbiamo la capacità di cercarcela questa cultura? Deprimente pensarlo e constatarlo ma così è, e probabilmente è riconoscendo  un primato, spesso ottenuto con criteri che esulano dal merito, che non si è in grado di stabilire quali, tra i docenti, non siano portatori sani di quel virus chiamato ammaestramento finalizzato a radicalizzare in modo sempre più violento, il livellamento e il pensiero comune nelle masse.

Com’è diventato possibile che una manifestazione di piazza che protesta perché vi sia più cultura, non si avveda che quella vera non va chiesta, non si elemosina ma sta al di fuori dei dogmi elargiti dalla casta dei baroni universitari, asserviti alla politica ed al Potere? Esiste certamente una linea di demarcazione che ci permette di fare un salto oltre l’opinione personale, l’ideologia e il percorso del sistema, basta cercare. Oggi più che mai, visto il conforto di internet. Oppure lo si usa per essere l’eco delle segreterie politiche, urlandone il programma magari nel più famoso dei network?

L’insegnamento della propaganda, lo studio finalizzato a creare falsi miti (se i miti abbiano mai senso) che indottrineranno la massa ignorante, studenti compresi, su ciò che è bene e ciò che è male, dovrebbero ormai essere realtà evidente. Non è chiaro che attraverso la demonizzazione dell’avversario, in tutti i campi, si scala il potere, si egemonizzano settori istituzionali, economici e culturali, che si inseriscono squadre di fedeli esecutori al servizio della politica, si elargiscono privilegi, si assegnano ruoli, si modificano e si falsificano mandati col sistema della corruzione del do ut des?

Se il sistema dell’informazione è nelle mani della politica, nazionale ed internazionale, e risponde ai criteri di divulgazione per il controllo delle menti, perché la cultura e dunque il sistema di studio, dovrebbero fare eccezione? Siccome non c’è, realmente, alcuna eccezione, dovremmo riflettere sul perché la cultura e il suo uso non dovrebbero subire il controllo da parte del sistema, e perciò delle istituzioni, e non solo quelle preposte. Perché ci si dovrebbe aspettare più cultura, perché ci si dovrebbe aspettare il “libero pensiero” in un sistema oligarchico?

Il libero pensiero non è mai stato dominio di alcun sistema che, anzi, temendolo, lo combatte attraverso uno schieramento di studiosi, ricercatori, filosofi e vari hommes à penser, pagati per sfornare sistemi di pensiero con i quali rafforzare il Potere e, inevitabilmente, per minare alla radice la capacità individuale di critica, di scelta, di selezione. A questo punto la domanda dovrebbe aver trovato risposta: chi può compiere il lavoro dello schiavo, meglio dello schiavo stesso? Forse, la vera rivolta sarebbe disertare le aule universitarie e scolastiche fin quando, anziché reclamare cultura ai Padroni, si sarà minato alla base il sistema economico che la regge e, con esso, coloro che riscuotono mensilmente gli emolumenti che lo Stato gli riconosce, come servizio alla propaganda in nome della morte della cultura e della formazione.

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globetheatre

Interessato al mondo della comunicazione e formazione in generale, (e in particolare al più importante mezzo di comunicazione di massa, come quello televisivo) nelle sue mille sfaccettature, in considerazione dell’importanza crescente che i processi di comunicazione acquisiscono nell'ambito della società moderna determinando così profondi cambiamenti nei modelli di comportamento e nelle relazioni sociali. Sono altresì interessato al processo di formazione dell'arte in una società tecnologicamente avanzata come la nostra, in cui la realtà virtuale è sempre più pressante e invadente. L’attività si sviluppa attraverso un’associazione che opera in continuità con la propria vocazione no profit e che incarna la vocazione alla partecipazione e alla ricerca presupposti irrinunciabili ai fini di una coerente ed efficace azione progettuale e una società dedicata alle componenti progettuali e gestionali dell’azione in campo culturale, e che consente una risposta più efficace e pertinente alla crescente domanda di un approccio imprenditoriale e di una visione aziendale nella gestione dei mercati culturali.

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