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sostituto d’imposta

Le considerazioni qui riportate non dovrebbero far presumere una qualche affiliazione a partiti, movimenti o associazioni di alcun genere, ma semplicemente la libera opinione di professionisti e imprenditori il cui pensiero, la sua espressione, nonché la facoltà propria dell’uomo, di costruire nuovi modelli interpretativi della realtà che lo circonda sono difesi dalla Costituzione della Repubblica Italiana (sostenuta con buone ragioni dalla maggioranza degli elettori in un recente referendum), la quale all'art. 21 recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Di conseguenza qualunque commento (semmai dovessero essercene) va manifestato con moderata cura e attenzione verso i contenuti e non rivolto alle persone apostrofandole con aggettivi poco educati. Un confronto è fatto di idee non di una guerra fra individui.

Gli argomenti non sono particolarmente nuovi, visto che se ne parla da molti anni

Un tempo John W. Gardner, https://en.wikipedia.org/wiki/John_W._Gardner autore e Segretario della Sanità, Istruzione e Welfare (HEW) sotto il presidente Stati Uniti Lyndon Johnson ebbe a dire: “abbiamo continuamente di fronte una serie di grandi opportunità brillantemente mascherate da problemi insolubili“.

Molti, tendono deliberatamente a mascherare come insolubile una qualsiasi questione. In effetti come potremmo considerare un problema o quello che consideriamo tale come concettualmente insolubile. Possiamo discutere di metodi o procedure particolarmente significative destinate a risolverlo, ma se lo fosse veramente (insolubile intendo), sarebbe anche difficilmente formulabile.

Quando si parla del sostituto d’imposta, ci si riferisce alle ritenute applicate alla fonte sui frutti del lavoro del lavoratore dipendente (del solo settore produttivo di mercato ovviamente, altrimenti saremmo costretti a parlare di una mera partita di giro contabile), che devono essere obbligatoriamente e  generosamente collettate e veicolate nelle casse dell’erario, da parte del suo datore di lavoro.

Il precursore di questo è un uomo, che con grande coraggio, (da vari anni ormai) ha sfidato il regime dispotico del “sistema fiscale”, facendone una battaglia di grande civiltà. Stiamo parlando dell’imprenditore agricolo friulano Giorgio Fidenato, presidente di Agricoltori Federati ed esponente di spicco del Movimento Libertario, che in totale solitudine decise di corrispondere tutti i soldi in busta paga ai suoi dipendenti, autodenunciandosi all’Inps, all'Agenzia della Entrate e al Ministero delle Finanze. E senza che i dipendenti, (interessante da sottolineare), avessero nulla da contestare. Il caso, all'epoca, fece scalpore su tutti i media nazionali. Era il 2009 e da li cominciò una battaglia giudiziaria che rappresenta un mix fra la disubbidienza civile e la resistenza fiscale. Un principio che un libero cittadino afferma con tanta determinazione, ha prodotto, però, conseguenze in sede penale e civile. L’imprenditore, cosi riportano le cronache, fu rinviato a giudizio, con l’accusa di aver omesso la denuncia obbligatoria delle retribuzioni dei lavoratori, per i mesi di dicembre 2009 e dicembre 2010 (rispettivamente 5.103 euro e 4.822 euro). Gli si contestava anche di aver omesso di versare le quote contributive trattenute ai lavoratori dipendenti dal giugno 2009 al febbraio 2011, per un importo complessivo di 12.497,71 euro. Da queste accuse, nel 2015, dinnanzi a un giudice monocratico, è stato assolto in primo grado. «Emerge - spiega il suo legale di fiducia, avvocato Francesco Longo - la buonafede di colui il quale non si tiene il denaro per sé, ma lo dà direttamente al dipendente e gli dice: paga tu. Fidenato è stato assolto perché si è comportato bene. Ha fatto tutto nella piena convinzione del rispetto delle regole. Il suo desiderio era quello di pagare l’Inps, senza togliere nulla all'istituto. Semplicemente, contestava il sistema, che attribuisce un obbligo al datore di lavoro. Obbligo che, in base al principio di sussidiarietà, non dovrebbe avere: l’onere contributivo dovrebbe essere in capo al dipendente».

Una sentenza foriera di sviluppi futuri? «È stata aperta una breccia – sottolinea ancora l’avvocato Longo - sul problema della legittimità costituzionale del sostituto di imposta». Intanto Fidenato, lancia in resta, si prepara a scendere nuovamente in campo, nonostante l’assoluzione relativa alla battaglia sul sostituto d’imposta, che non lo soddisfa affatto nelle motivazioni. Ciò che chiede Fidenato è di poter sottoporre la questione alle autorità giudiziarie supreme in Europa, affinché si possa dimostrare che il sostituto d’imposta è un’aggravio ed un’imposizione arbitraria nei confronti degli imprenditori.

“Lo Stato”, ebbe a dire in una intervista,

ci obbliga a fare un lavoro, quello di trattenere dalla busta paga dei nostri dipendenti quanto essi devono pagare per tasse e contributi Inps. Quest’obbligo lo ritengo lesivo dell’art.23 della Costituzione secondo cui non si può imporre alcuna prestazione personale o patrimoniale; inoltre anche la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo sancisce che ‘nessuno può essere costretto a compiere un lavoro forzato o obbligatorio’ ad eccezione della leva militare. Il sostituto d’imposta poi non si limita allo Stato: se avessimo avuto iscritti al sindacato saremmo stati costretti a lavorare anche per loro, a prendere i soldi ai dipendenti e versarli al sindacato. Sono cose che gridano vendetta! Qualunque sia il nostro punto di vista, dobbiamo riconoscere un semplice dato oggettivo: l'obiezione civica è uno strumento legittimo e utile per promuovere quei cambiamenti che avvantaggiano tutti noi. Se la fiscalità fosse trasparente e i contribuenti consapevoli di quanto sono costretti a pagare, è assai improbabile che accetterebbero senza battere ciglio un prelievo di quasi la metà del loro reddito. Quanti auspicano una fiscalità consapevole (ogni imposta sia voluta perché giustificata) dovrebbero appoggiare la proposta. Fidenato si batte anche per tutti noi: solo un fisco trasparente garantisce che non ci saranno abusi.

Un meccanismo impositivo, inequivocabilmente arbitrario, per alcuni di tipo schiavistico. La ragione? Di fatto il datore di lavoro è obbligato ad assolvere un’attività che non gli è propria, trasformandosi, suo malgrado, in un vero e proprio gabelliere per conto dello Stato. Tutto ciò che è fatto in modo coercitivo limita gravemente la libera volontà individuale Come ha lucidamente puntualizzato Leonardo Facco, “a fronte di un impegno costoso, sia in termini di tempo che di denaro, il soggetto sostituto d’imposta è costretto a lavorare gratuitamente! Senza alcuna esagerazione si può chiaramente parlare di schiavismo a tutti gli effetti! Alzi la mano chi di voi lavorerebbe gratis perché costretto”.

La sostituzione attuata sui redditi di lavoro dipendente rende meno immediata la percezione della tassazione subita, anche se l’ammontare delle trattenute Irpef è facilmente leggibile dalla busta paga o dalla certificazione unica rilasciata dal sostituto. Ed è altresì vero che la sostituzione di imposta ha reso possibile il grande successo (o insuccesso, a seconda delle opinioni) delle imposte sul reddito: senza il meccanismo dello stoppage-at-source, gli ordinamenti fiscali si sarebbero verosimilmente sviluppati secondo  una diversa traiettoria, oggi non facilmente leggibile.

Prima dell’introduzione delle moderne imposte sul reddito, le entrate tributarie derivavano principalmente dalle imposte fondiarie, da quelle indirette sui trasferimenti e sul consumo (dazi, tariffe), dalle imposte di patente su industrie, commerci e professioni. Difficile dire che cosa sarebbe successo laddove le imposte sul reddito avessero fallito il loro compito, se gli Stati si sarebbero cioè rivolti ad altri cespiti tassabili o avrebbero rinunciato ad ambiziosi (e non di rado eccessivi) programmi di spesa. L’obiezione secondo cui, in un sistema siffatto, l’evasione sarebbe aumentata, è priva di fondamento. Se il fisco, in base alle dichiarazioni degli imprenditori avesse fatto pervenire ai lavoratori una bolletta indicante l’importo dovuto, gli interessati si sarebbero comportati come già fanno con le bollette di telefono, luce e gas: avrebbero pagato.

Le ritenute effettuate dal datore di lavoro vennero introdotte negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale per rendere più agevole il prelievo fiscale in quel momento eccezionale. La proposta fu di Milton Friedman e la moglie Rose non gliel'ha mai perdonato (così si racconta), convinta che se avesse agevolato il prelievo avrebbe avuto anche conseguenze molto negative da altri punti di vista. Il sistema delle trattenute, trasforma il datore di lavoro in un esattore di imposte non pagato, ha l`enorme inconveniente di nascondere l`entità del tributo a suo carico al contribuente effettivo, egli guarderà al suo stipendio netto e non saprà con esattezza quanto versa per il tramite del suo "sostituto d`imposta". Una delle obiezioni fatte è che l`abolizione del sostituto d`imposta potrebbe favorire l’evasione: una soluzione (non l’unica, ma possibile) vede il datore versare al dipendente lo stipendio lordo, comunicando al contempo all'amministrazione finanziaria l`entità del compenso corrisposto. Questa, a sua volta, potrebbe recapitare al lavoratore una “bolletta” con l`importo dell’imposta dovuta. Il sistema di pagamento sarebbe molto simile a quello che usiamo per il telefono, l`energia e l`acqua.

Mettiamo, infine, in evidenza il punto di vista opposto, in modo che sia chiaro e indubitabile che non ci sono altre argomentazioni fra chi si oppone a un’eventuale abolizione del sostituto.

L’abolizione della sostituzione d’imposta, in definitiva, avrebbe con ogni probabilità l’effetto di ridurre il gettito e la pressione fiscale, ma ciò non già a seguito di una consapevole scelta politica in termini di riduzione della spesa e delle entrate, quanto a causa di un allargamento, potenzialmente imponente e comunque imprevedibile, del “tax gap”, cioè della differenza tra l’imposta teorica e quella effettivamente riscossa. E alla lunga avrebbe l’effetto di gettare nel caos l’attuale sistema di controllo e determinazione dei tributi, probabilmente imponendo in modo forzato l’introduzione (o re-introduzione) di altri tipi di tributi su cespiti monitorabili. Ogni sistema tributario ha, infatti, bisogno di un controllo del territorio e delle fonti di ricchezza tassabile: gli attuali sostituti svolgono lo stesso ruolo degli antichi doganieri, e l’abolizione del sostituto ci riporterebbe forse al medioevo tributario. Vale la pena di rischiare? La Grecia è lì a ricordarci che l’incapacità dell’organizzazione statale nel richiedere le imposte non è esattamente il miglior viatico per il benessere della collettività.

Le risposte date a simili ragionamenti ci sembrano più che soddisfacenti.

Altrettanto fragile è la motivazione secondo cui il sostituto viene inquadrato come soggetto passivo dell’obbligazione e il percettore del reddito come soggetto detentore della ricchezza. La maggioranza della dottrina, si dice, vede nel sostituto un soggetto passivo dell’imposta, non un “sostituto del Fisco”. In realtà, appare evidente si consideri la figura del sostituto d’imposta, debitore verso il Fisco, e non come semplice  intermediario tra Amministrazione finanziaria e il lavoratore. Pertanto, il sostituto d’imposta nell’effettuare la ritenuta d’acconto è esattore a tutti gli effetti, svolgendo un adempimento sostanzialmente amministrativo. Il Fisco (nel caso non dovesse pagare) agisce contro di lui, in quanto debitore, perché non ha versato il denaro relativo all’imposta che ha trattenuto e perché è venuto meno ad un obbligo di diritto amministrativo.

E’ una questione che non mancherà (ce lo auguriamo) di essere ulteriormente approfondita.

Di seguito alcuni documenti relativi alla questione Fidenato

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