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Un’epoca dominata dalla mediocrità?

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La mediocrità può farti sperimentare l’inferno. La più grande paura per un artista è sentirsi un mediocre, intrappolato, spinto in una conversazione significativa di nulla, creando piccole bellezze e ribellioni per mantenere in vita la propria arte.

Mediocre, può essere un termine profondamente insensibile. Noi viviamo secondo un modello, la società ci insegna a vivere la nostra vita secondo quel modello. Basta riempire gli spazi necessari e tutto andrà bene. Una vita riconoscibile agli altri, con una migliore possibilità di essere accettati ed eventualmente ricompensati. La comunità ha un modello. Così la scuola, la famiglia, l’età, il lavoro, avanti e avanti. I modelli creano lo status quo e lo status quo crea mediocrità.

E’ facile per tutti capire l’utilità e la necessità di seguire alcune semplici regole, senza le quali sarebbe piuttosto difficile vivere. Nel nostro strano mondo, soprattutto le donne che si rifiutano “di compilare il modello di” rischiano non solo l’alienazione e la povertà, ma anche qualcosa di più serio.

La ricerca dell’eccellenza è, di fatto, una fuga dalla mediocrità. È qui che entra in gioco l’arte. Quando creiamo un gesto, un momento, o un oggetto con intensa dedizione a un’idea, parliamo il linguaggio dell’arte.

Un vecchio articolo del prof. Luca Lischi, professore di Sociologia dell’educazione Università di Firenze

tratto dal quotidiano “Il Centro”

Viviamo in un’epoca complessa, intrisa di “passioni tristi”, di rapporti frammentati. Facciamo fatica a vivere in questo presente che con i suoi ritmi sfida le nostre capacità di adattamento, soprattutto psichico. Siamo quasi incapaci di riprendere i ritmi lenti e necessari della natura, di tornare a gustare il tempo scandito dalla luce del sorgere del sole e del suo nascondersi al tramonto. E’ la fretta che domina e regola insensatamente la vita di ognuno. Prevale ormai, quasi come fondamento necessario e indispensabile, un modo di vita caratterizzato da un livello preoccupante di mediocrità. E’ la mediocrità della vita che si è sviluppata ovunque e a ritmi preoccupanti in particolare tra le nuove generazioni. Mediocrità nel sapere, mediocrità nel fare le cose, nel lavorare, nel dedicarsi ad ogni questione vitale e formativa per la crescita culturale delle nostre comunità. Mediocrità nel gestire le relazioni e gli affetti. Si affrontano le varie problematiche, sia quelle più semplici che quelle più complesse quasi sempre in modo approssimativo e con blanda motivazione. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: un livellamento culturale sempre più accentuato e tendente al basso per non dire insufficiente, stimoli incapaci di smuovere gli animi e suscitare passioni gioiose e dinamiche. Insomma siamo di fronte ad un’assuefazione delle spinte verso l’alto, ma soprattutto c’è un’assuefazione del “non pensare”. Sono sempre più scarse le spinte atte a favorire una crescita cerebrale affinché il nostro cervello non rimanga povero. Esistono delle cause che hanno portato il nostro paese e le nostre comunità a una mediocrità ai livelli di guardia. Si sono predicati i buoni propositi ma si sono incentivate le facili strade per raggiungere obiettivi onerosi; si è quasi eliminata quella necessaria “fatica di soffrire” e si sono considerati pedagogicamente sbagliati quei tempi intensissimi di lavoro, di studio e di abnegazione per raggiungere certi risultati. Si sono offerte le strade più dritte e sempre in pianura per non affrontare la fatica. La scuola ha elargito in massa premi per tutti facendo capire che basta frequentare e studiare il minimo per essere promossi e chi non lo sarà potrà comunque trovare scuole da super bonus: 5 anni in 1, se non diplomifici a portata di tutti coloro che hanno portafogli  non troppo vuoti.

Quest’epoca ha privilegiato ogni possibile strada per raggiungere obiettivi altrimenti faticosi in modo assai poco oneroso e senza sacrifici e soprattutto ha privilegiato modelli che hanno denigrato le emozioni e le passioni. E non è un caso che i tanti mediocri sono quasi sempre stati premiati spesso a discapito di coloro che con sacrificio e caparbietà hanno dimostrato serietà, impegno e zelo nel raggiungere obiettivi difficili. Del resto basta fare alcuni screening tra i tanti soggetti che sono stati premiati non certo per le loro capacità o conoscenze o competenze. Insomma tanti hanno un curriculum alquanto deficitario, ricco forse di conoscenze di qualcuno che conta, ma povero di contenuto culturale e di esperienze edificanti che certificano le competenze. Non azzardiamo a parlare “di titoli”, perché si può essere titolati e scarsamente istruiti e si può essere istruiti e non necessariamente titolati. Ne sapeva certamente di più sul piano culturale e sulle dimensioni del rapporto relazionale con la comunità e con la natura un contadino privo di istruzione del secolo scorso, di un plurilaureato di oggi, con master al seguito e magari addestrato ai gerghi inglesoidi e al linguaggio di internet ma scarsamente capace di cogliere quella necessaria lettura del presente in cui vive perché incapace di relazionarsi come soggetto con l’ambiente e con i suoi simili. Siamo invasi dalla quieta infingarda dei mediocri che frena l’operosità, il fervore applicativo, la dedizione alle attività intraprese, l’amore per il lavoro, lo studio. Abbiamo grandi responsabilità di fronte alle giovani generazioni. Come sottolinea l’antropologo Giorgio Costanzo abbiamo tolto loro “il diritto di soffrire, ossia di sottoporre il sistema nervoso centrale ad una prassi esperienziale implicante un’intensa dinamica corticale”. Ad esempio abbiamo negato loro la capacità di conquistarsi le cose richiamandoli alla responsabilità personale del sacrificio, a mangiare e a gustare il cibo dopo aver provato veramente la fame. Continuiamo ad offrire modelli risibili, che incentivano il bene e poi premiano la mediocrità. Fuggiamo il dolore e facciamo di tutto perché le nuove generazioni ne siano esenti. Abbiamo costruito modelli fondati sul consumo: si consuma di tutto, beni e anche persone.

Tutto diventa da consumare, usare e gettare. Tutto rischia di assumere i connotati di un rifiuto, a volte neppure da riciclare. La mediocrità di tali comportamenti non è più sopportabile per assicurare un futuro a noi stessi, alle giovani generazioni e in particolare ai nostri bambini. Dobbiamo avere il coraggio di ritornare a pensare. O saremo travolti dalla mediocrità di cervelli poveri capaci solo di alimentarsi di ciò che trovano comodamente standosene in poltrona a ingurgitare ciò che i media impongono quotidianamente in modo alquanto subdolo. Il cervello ha bisogno di alimentarsi, di superare la mediocrità e la faziosità del sistema economico della grande produzione e della finanza “che vuole dall’uomo la sua anima affinché diventi neutro, impotente, succube, ammassato, anoressico, sciocco ma imbonito, privo di valori, di cultura, senza identità”. “Ma la mediocrità è un controsenso biologico, insulta la stessa logica della vita, non determina progresso, non contiene amore, non crea cultura, è ripetizione e ristagno” (G. Costanzo – Il cervello povero). Quella ripetizione e quel ristagno che contraddistinguono la nostra epoca e dai quali è possibile uscirne con un nuovo impegno da parte di tutti: ritornare a pensare, rimettere al centro un’etica del benessere personale e sociale che domini l’etica del benessere materiale su cui troppo a lungo abbiamo fondato la nostra vita. Adesso abbiamo l’opportunità, con il superamento di un sistema economico liberista crollato perché fondato su un benessere illusorio, di riprendere un cammino, quello della costruzione di noi stessi, arricchendoci della realtà che ci circonda. Per essere capaci di interiorizzarla, unificarla, spiegarla a noi stessi, ai nostri figli. In questo aiutati dalla forza del pensiero, dalla sua bellezza, dalla fatica del leggere e anche dello scrivere che, come sottolinea lo scrittore Ernesto Ferrero, “restano gli strumenti migliori per capire di più noi stessi e il mondo”. Per cercare di essere meno mediocri e quindi più capaci di rendere quest’epoca vitale per noi stessi e per le future generazioni.

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globetheatre

Interessato al mondo della comunicazione e formazione in generale, (e in particolare al più importante mezzo di comunicazione di massa, come quello televisivo) nelle sue mille sfaccettature, in considerazione dell’importanza crescente che i processi di comunicazione acquisiscono nell'ambito della società moderna determinando così profondi cambiamenti nei modelli di comportamento e nelle relazioni sociali. Sono altresì interessato al processo di formazione dell'arte in una società tecnologicamente avanzata come la nostra, in cui la realtà virtuale è sempre più pressante e invadente. L’attività si sviluppa attraverso un’associazione che opera in continuità con la propria vocazione no profit e che incarna la vocazione alla partecipazione e alla ricerca presupposti irrinunciabili ai fini di una coerente ed efficace azione progettuale e una società dedicata alle componenti progettuali e gestionali dell’azione in campo culturale, e che consente una risposta più efficace e pertinente alla crescente domanda di un approccio imprenditoriale e di una visione aziendale nella gestione dei mercati culturali.

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