Solo i bambini hanno bisogno di favole

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Un noto regista afferma: “Ma non sono tempi normali. Non siamo in un Paese normale. Tra i mille modi di opporsi all’agonia, quello che ci pare più bello e rispettabile è aprire ancora una volta il sipario sulla favola dell’umanità. Che di favole si nutre. E che di favole è degna. E ancora: “Noi teatranti non apparteniamo veramente a nessun Paese, a nessuna epoca, ma solo al Teatro”

Una storia senza verità è una bugia, questo intendono le persone più autorevoli e influenti del potere politico, economico e culturale quando parlano di “favole”. Chi ha autorità (per la carica che riveste o per la funzione che esercita) se opportunamente usata ha discrete possibilità di conquistare prestigio credito e stima. Non è facile quindi, per noi semplici e meritevoli di comprensione, esplorare le profondità del cuore di rispettabili signori, qualificati certo, inevitabilmente influenti, onorati e onorevoli. Moderni eroi, onesti e altruisti con il braccio al servizio degli indifesi; gentili e vigorosi dalle cattedre parlano con disinvoltura di legalità e costituzione. Raddrizzatori di torti, angeli di bontà, tutta la vita orientata al bene comune, sempre pronti al sacrificio per salvare gli oppressi: condizione questa da loro stessi incoraggiata (inconsapevolmente s’intende, non colpa ma solo cecità e incapacità, talvolta arroganza).

I teatranti ci sono e sono molti ma non sono li, con loro. Vagabondi per vocazione, artisti per passione, con accanto nient’altro che l’imprevisto e il rischio, seguono con cura ed emozione le cose che li riguardano in ogni dettaglio. Si muovono, esibendosi in cambio di una moneta, di un pasto caldo, del bacio di una donna o di una rosa donata da uno sconosciuto. Eroi antichi, di epoche ormai lontane dove il tempo è solo un’infinita serie di istanti, sempre indeterminato, lontanissimo, anteriore ad ogni storia, ma espressivo e ricco di significato. L’indeterminatezza è dovuta all’esigenza di attribuire alla narrazione un valore perenne, di eternità, sempre. Si muovono in un mondo difficile da intendere, oscuro e misterioso, eccessivo e violento, mossi da furore implacabile, grazie al quale anche l’oltretomba conosce la pietà per merito di Orfeo. Costoro sono un enigma maestoso, tale da ispirare ammirazione, un grande punto interrogativo che pone domande inquietanti sull’esistenza e ci spinge a viaggiare in territori estremi della vita ai confini dell’umano per entrare in un mondo altro, diverso, forse divino. Ibridi, come Achille, nato da padre umano ma la madre, Teti, una divinità degli abissi marini. C’è stato un tempo in cui non era difficile ascoltare la voce degli dei; essi erano buoni compagni di strada e condividevano con gli umani, tristezze umiliazioni e sofferenze. Ulisse è sempre accompagnato da Atena e Diomede che non ha alcun timore, scaglia una lancia sul campo di battaglia di Troia verso Afrodite solo perché vuole impedirgli di uccidere Enea.

L’eroe antico rimane un po’ isolato dalla comunità degli uomini a differenza di quello moderno, perché non di favole si nutre ma di avventure, eventi singolari e straordinari quali che siano: celebrare feste, seminare campi, accendere fuochi, fondare città, imbarcarsi su una nave, correre in una gara sportiva. Oppure, fare il giro del mondo in bicicletta, mungere una vacca o spingere verso il mare una balena arenata o qualunque altra cosa intenzionalmente voluta. E tutto ciò per dare consapevolezza e ordine (qui inteso con senso più ampio) alla vita. Inquietare non confortare.

Il Teatro appartiene indissolubilmente a un epoca, come gli uccelli sembrano appartenere alla verde foresta, dove centinaia di volatili dimorano nei rami più alti e rigogliosi degli alberi, anche se vi sono specie che si adattano volentieri al pantano della giungla. Appartengono ad essa, ma dalla quale si sentono di essere fortemente diversi. Ci sono culture capaci di identificarsi con un paese al punto che la persona sa di appartenere a una famiglia più grande composta dai vivi dai morti e da coloro che nasceranno. “Sono perché siamo, tutti noi”. In altre parole, l’uomo è veramente tale solo in comunità con gli altri. Non è questo il Teatro? E’, perché noi tutti siamo e lo siamo in virtù del fatto che apparteniamo a un luogo e a un tempo, per quanto indefinito sia. Il teatro greco è un mistero nella storia stessa del teatro, espressione di una civiltà che è poi la nostra, luogo della catarsi e dell’agorà. Il cosiddetto “teatro all’italiana”, è lo spazio modello per eccellenza nella cultura europea dal XVI al XIX secolo, immaginato come auto rappresentazione della comunità: monumento della città, luogo della cultura e della “festa” piuttosto che luogo sacro della polis. Ed oggi? In questa epoca, a parte le squallide immense periferie quale spazio può essere definito come modello?

La normalità poi … già la normalità. Tutti noi ne sentiamo l’esigenza, ne percepiamo l’essenza e il bisogno perché le “cose” devono pur svolgersi in qualche modo e una semplice regola è talvolta necessaria. Ma i signori di cui sopra, racconteranno la storia vera di una normalità come di un atteggiamento che si impone per essere accettato dalla larga maggioranza della società. Si, di solito, fra coloro che raccontano non “favole” ma bensì “storie senza bugie”, c’è l’abitudine di descrivere, in modo scrupoloso e zelante una società fatta appunto “di maggioranze”, detta anche “democrazia dei numeri o numerocrazia”. Quando, cioè, un numero sufficientemente grande di persone aderisce a opinioni e modi di agire condivisi, e quando tali modi si assumono come accettati dalla maggior parte degli “aventi diritto” si ha la normalità. Il fine è naturalmente nobile: “facilitare la convivenza sociale e civile”. Ma quando, per dio, esprimo il desiderio di normalità è perché sto evidenziando un’anomalia e allora, un malato di mente (o almeno quello che viene dichiarato come tale), quando lo possiamo dire guarito? Quando rientra in uno standard comportamentale umano, è la risposta. Umano, dunque, come sinonimo di normale.

C’era una volta.. così comincia ogni favola. Raccontare, una volta era diritto e privilegio dei più anziani. Chi, oggi, è ancora disposto a raccontare favole? Quali, poi, e in che modo?

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globetheatre

Interessato al mondo della comunicazione e formazione in generale, (e in particolare al più importante mezzo di comunicazione di massa, come quello televisivo) nelle sue mille sfaccettature, in considerazione dell’importanza crescente che i processi di comunicazione acquisiscono nell'ambito della società moderna determinando così profondi cambiamenti nei modelli di comportamento e nelle relazioni sociali. Sono altresì interessato al processo di formazione dell'arte in una società tecnologicamente avanzata come la nostra, in cui la realtà virtuale è sempre più pressante e invadente. L’attività si sviluppa attraverso un’associazione che opera in continuità con la propria vocazione no profit e che incarna la vocazione alla partecipazione e alla ricerca presupposti irrinunciabili ai fini di una coerente ed efficace azione progettuale e una società dedicata alle componenti progettuali e gestionali dell’azione in campo culturale, e che consente una risposta più efficace e pertinente alla crescente domanda di un approccio imprenditoriale e di una visione aziendale nella gestione dei mercati culturali.

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