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Nessuno sa cosa fare: il futuro del teatro

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Nessuno sa cosa fare è semplicemente un fatto, una chiara manifesta verità. La comunità scientifica, (profondamente divisa peraltro) non sa cosa fare. Tutto il mondo del cinema e del teatro non ha la più pallida idea di come e quando ricominciare a vivere e lavorare. Salvo organizzare un appello, chiedendo umilmente alle Istituzioni “quali possono essere le soluzioni”.

Con quel tono straordinariamente ossequioso dicono:

Industria Cinematografica – Come ripartire con il COVID 19

Egregio Ministro, Egregi Presidenti

coscienti degli sforzi che tutte le Istituzioni pubbliche italiane compiono da molto tempo a questa parte per fare fronte all’emergenza legata alla diffusione del Covid-19, riteniamo che sia utile e con immediatezza iniziare ad organizzare come, il settore cinematografico e nello specifico la produzione industriale del cineaudiovisivo possa ripartire.

change.org

Consapevoli di sottoporre un tema importante, quali possono essere le soluzioni? Fare un tampone a tutti gli addetti del settore per poi farli lavorare in spazi teatrali come Cinecittà? Avere un presidio medico sul set? Ci appelliamo a Voi affinché vogliate organizzare tavoli risolutivi anche con gli addetti ai lavori per questa esigenza collettiva, che altro non è che un riavvio di una industria essenziale della nostra produttività tutta italiana.

Certi di trovare in Voi degli interlocutori sensibili al tema, ringraziandovi del tempo dedicatoci, rimaniamo in attesa di un coinvolgimento immediato.

Cordialmente

Capite? Chiedono alle Istituzioni una soluzione che non hanno.

Una giornalista e divulgatrice scientifica seguitissima su Instagram e Facebook tra gli esperti del Nucleo Strategico del NITAG (National Immunization Technical Advisory Group), il Gruppo Tecnico Consultivo Nazionale sulle vaccinazioni e di cui è grande sostenitrice (cosi almeno riportano le cronache) sintetizza cosi la situazione:

«In questo momento è davvero difficile dire che cosa succederà. Bisogna soppesare con molta attenzione gli effetti di una riapertura, effetti che sono pericolosi. Il rischio zero non esiste, dobbiamo metterci in testa di tornare a un’epoca del rischio, simile a quella in cui erano presenti malattie quali la poliomielite o la difterite».

E dunque, come sarà il teatro del futuro. Un futuro che è già qui, ora, domani. E tutto un susseguirsi di forse, dovremmo, speriamo che…

Facciamo due conti, giochiamo con i numeri, così tanto per passare il tempo che in questo periodo di quarantena non manca. A occhio e croce, abbiamo una quindicina di cosiddette “task force” (con uso estensivo, è quel gruppo di esperti, provenienti da diversi settori e con diversa esperienza professionale, costituito appositamente per affrontare e risolvere un problema specifico, ovvero unità di pronto intervento costituite da esperti capaci di intervenire e suggerire soluzioni in pochissimo tempo) con circa 400 (forse di più) esperti distribuiti nelle varie commissioni istituite per condurre il paese Italia a quella che viene chiamata “Fase 2” dell’emergenza coronavirus. Alte professionalità in campo, quindi.

Vediamo poi il Governo, così sempre ad occhio. Una sessantina di membri comprensivi di premier, ministri, viceministri e sottosegretari. Vogliamo poi aggiungere staff, segretari generali, capi di gabinetto, segreterie tecniche, uffici legislativi e dirigenti di ogni ordine e grado della Presidenza del Consiglio e dei vari Ministeri? Siamo qui, ansiosi e trepidanti con qualche dubbio e molti timori.

In ogni caso non abbiamo bisogno di “esperti” per accorgerci degli enormi, giganteschi problemi economici, organizzativi, occupazionali, gestionali.

Il ritorno alla normalità sarà graduale, ci dicono. Graduale come? E’ facile prevedere che teatri, cinema e musei saranno gli ultimi a riaprire, così come sono stati i primi a chiudere. Altrettanto facile capire che il pubblico sarà piuttosto restio a concentrarsi in luoghi affollati.

L’ignàvia avrà fatto in modo che il  distanziamento sociale sarà stato talmente interiorizzato che il solo avvicinarsi di un individuo sul marciapiede sarà percepito come un corpo estraneo da guardare con diffidenza.

Ora, per concludere, se qualcuno passando di qua leggendo questo post, dovesse domandarsi: “è facile parlare, voi cosa proponete?” Beh… noi risponderemmo… “tu a cosa sei disposto a rinunciare, cosa sei disposto ad accettare”. Domande che portano con se la soluzione.

Sei disposto ad accettare la totale distruzione dell’economia, con il conseguente e inevitabile controllo della finanza sulla tua stessa vita? C’è molto che puoi trovare in questo: reset finanziario, introduzione della moneta elettronica, le vaccinazioni obbligatorie di massa, l’instaurazione di uno stato di polizia, la frammentazione sociale, la diffusione generalizzata di uno stato di paura e altro ancora.

Se la tua risposta è si, hai trovato la soluzione. Il problema magicamente scompare.

Ora prendetevi due minuti e leggete questo articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”. Un uomo di spettacolo, che auspica molto senza sapere cosa fare. Ma sono solo riflessioni. Appunto!!! Nessuno sa cosa fare.

Che fare? La stessa domanda, da sempre

Riflessione sul teatro in quarantena ai tempi del coronavirus

La Sicilia

Partiamo da un dato certo su cui difficilmente potremmo essere in disaccordo: il coronavirus non colpisce in modo equo, non ha nulla di democratico. Non si è abbattuto su di noi rendendoci uguali, anzi direi piuttosto che ha esaltato le differenze e le distanze di una categoria che tale non è mai stata.

Non siamo una categoria di insegnanti, né siamo una categoria di metalmeccanici. Non riusciamo ad avanzare proposte univoche perché non possiamo. E non lo dico con tono polemico o con rammarico. Il nostro mondo è così variegato che le distinzioni sarebbero infinite. Se davvero ci troviamo davanti a qualcosa di epocale, come da più parti sento dire, e siamo tutti d’accordo che non si può più tornare indietro, una fase storica come questa merita davvero una riflessione non affrettata, approfondita e soprattutto ‘ascoltata’. Può essere, come dire, l’aspetto positivo della tragedia, il virus ci dice forse: occorre non tornare ma ripartire da zero. Se il virus non c’è mai stato (e su questo ho i miei dubbi) anche il teatro che verrà dovrebbe in futuro non essere mai stato.

Ho una moderata fiducia che il Ministero della cultura prenderà provvedimenti a tutela dei lavoratori dello spettacolo. Franceschini lo ha già annunciato. Non ci sarà il panico nei teatri pubblici e in quelli finanziati, compagnie comprese, i parametri non verranno richiesti e i finanziamenti rimarranno tali e quali. Certo le perdite sono drammatiche in tutti i settori.

La Siae stima solo per i teatri, 100 milioni di perdite alla settimana. Ma ha altresì sollevato una questione importante: se mai ci dovesse essere un intervento straordinario non è ai teatri già finanziati che si dovrebbe guardare, ma allo stato di necessità di chi non è finanziato, cioè direttamente ai lavoratori indipendenti e non, ai lavoratori interinali, quelli cioè non contrattualizzati, e non alle case madri. Per queste non servono soldi in più, caso mai servirebbe un controllo severo sul ‘come’ spendono quelli che già ci sono, un controllo che non può basarsi solamente su criteri quantitativi, come è stato finora, modestamente mi permetto di suggerire.

Probabilmente ci saranno detrazioni fiscali, abbattimento degli oneri, agevolazioni nelle spese che si affrontano, e altre misure, ma è certo: l’emergenza che coinvolge tutti non si concluderà a breve.

Dovremo forse adottare regole di comportamento che coinvolgono sia il pubblico che il lavoro di palcoscenico, e comunque per gli spettacoli dal vivo sarà una regola paradossale, visto che il contatto è indispensabile e necessario, per la sua stessa natura. Né credo che la digitalizzazione possa sostituire alla lunga la vera esperienza di uno spettacolo dal vivo. Un video lo si guarda magari per studio, e bene fanno i teatri a liberare gli archivi, ma non potrà mai essere una esperienza diffusa. Diciamo un surrogato che non può diventare una pratica ordinaria.

Al momento non si sa nulla comunque né sul quando (sappiamo solo che saremo l’ultimo segmento a poter ripartire, si parla di dicembre, ma con quali produzioni?) né tanto meno sul come, né sui criteri da adottare in futuro. Le risorse messe in campo per le emergenze dei lavoratori dello spettacolo, circa 130 milioni, sono davvero insufficienti, se non ridicole. Alla fine si tratta dei famosi 600 euro che sembra debbano risolvere da soli la vita di ogni italiano. E quindi di ogni artista.

Viene da sorridere amaramente quando si pensa che in Germania ogni artista non contrattualizzato ha già ricevuto in 2 soli giorni 5.000 euro a fondo perduto, e non sotto forma di debito.

Allo stato delle cose, emergono solo domande. Che fine faranno comunque gli artisti con pochi contributi? Gli spazi teatrali non finanziati direttamente dal Fus? L’enorme numero delle associazioni culturali, vere imprese culturali e creative che contano essenzialmente sui contributi e sui finanziamenti degli enti locali, al momento ridotti al lastrico? So che gli Assessori alla cultura di ogni regione chiedono il riconoscimento dello stato di crisi – puntualmente negato –per il settore della cultura.

Ma volentieri, a questo punto del discorso, tornerei al virus Covid-19. ‘Non si può tornare indietro. Stupida verità!’ diceva un verso di Pasolini. Molti dicono che dopo saremo tutti diversi, e moltissimi pensano che saremo migliori. Può essere, ma non ne sono sicuro. Avremo anche molta paura in più, al pronti via!, potrebbe anche iniziare una sfrenata corsa verso la sopravvivenza. E noi saremo anche stremati dallo stato di necessità. Alcuni sostengono che sarà necessario elaborare nuovi immaginari, rivedere le politiche e le strategie dei teatri, proporre alternative al sistema oggi improponibile degli abbonamenti, adottare una politica di prezzi ridotti, produzioni contenute nei costi. Tutti giusti provvedimenti, per carità.

Ma io me ne auguro uno solo. Mi auguro che cambi radicalmente il nostro comportamento.

Un po’ perché non avremo più voglia di rivedere all’opera lo stesso vecchio sistema, un po’ perché davvero stanchi di subirlo. Poiché i sogni sono molto concreti al pari delle detrazioni fiscali, immagino, a partire dai nostri interventi:

che si possa superare la sensazione che l’arte nostra abbia a che fare con i centri di potere;

che la politica (a qualsiasi livello) si faccia da parte e smetta di interferire con le nomine o con le scelte;

che sia possibile un vero spirito di collaborazione tra i teatri finanziati a vario titolo e le compagnie e gli artisti indipendenti;

che ci sia cura attenta nei confronti del territorio (tanto più che non potremo viaggiare) e dei suoi artisti;

che ci sia quindi una vera e profonda conoscenza del territorio, a partire dalla città e dai suoi artisti;

che prevalga la meritocrazia riconoscibile e non il favore;

che i progetti artistici vengano sostenuti sulla base di ciò che esprimono e sull’autorevolezza di chi li propone;

che ci sia maggiore equilibrio, oserei dire etico, nella spesa e nelle paghe;

che non esista mai nel nostro settore il ricatto che non possiamo più tollerare;

che mai più venga citata e da nessuno la parola gratuità per il nostro faticoso lavoro;

che si smetta di inseguire il tutto esaurito per giustificare ogni scelta;

che ci si assuma il rischio che la nostra arte pretende per essere vera;

che si riconosca al teatro il proprio valore artigianale e che rispetti la necessità di tempi non affrettati;

che il teatro possa attraversare i suoi processi non in modo occasionale, ma continuo e permanente;

che la si smetta, come ho già detto, di rispondere in misura così smodata ai criteri quantitativi e commerciali;

che cessi per sempre l’idea che i teatri siano soprattutto equiparati ad aziende o che c’è solo un modo per salvarle;

che la si smetta di pensare come abitanti di comportamenti stagni ognuno dei quali viaggia da solo e capire che oggi finalmente non ha senso se solo tu ti salvi;

che non si scopra anni dopo di avere perso contributi per strada perché l’impresa non li ha versati;

che si smetta di attendere anni per ricevere un compenso, e di riceverlo infine come se fosse un favore e non un diritto;

che chi si occupa di cultura sia davvero competente, appassionato, curioso e che ogni decisione sia presa nell’interesse comune e non nell’interesse di puro esibizionismo privato;

che ci sia onestà e libertà artistica ma che ci sia anche onestà economica;

che si venga pagati dopo avere svolto un lavoro nei tempi certi;

che esista davvero una pluralità di linguaggi e che il lavoro dei giovani venga rispettato non per l’età che hanno, ma perché si crede di doverli promuovere e proteggere per ciò che sanno fare;

che esistano scuole di teatro che possano seriamente promuovere il lavoro futuro;

che possano esistere luoghi, tanti, dove si studi, si impari, si sperimenti, si insegni il valore della collettività e della comunione di intenti etc. etc.

Potrei continuare ancora con molti altri suggerimenti, primo fra tutti, che il nostro paese si accorga che la cultura è necessaria come il pane e necessita di risorse al pari della sanità e dell’istruzione.

Infine, poiché penso che il nostro sia un paese povero, a prescindere dal virus, forse dovrebbe esistere un teatro povero nel senso più nobile del termine. Tutto dovrebbe essere ridimensionato, ma questo non è un male. Povero significa necessario e non superfluo, non certo sciatto o non curato o privo di mezzi. Farebbe respirare meglio la nostra arte la totale abolizione piramidale della sua struttura fossile. Ecco insomma, al pronti via!, tutti noi dovremmo possedere un codice etico e uno spirito nuovo che ci permetta di ripartire da zero.

Forse, grazie anche a questo nuovo comportamento, risolveremo la presenza del pubblico nelle nostre sale e che, oggi forse si sente orfano di noi, ma ha sicuramente altre cose molto difficili a cui pensare.

Claudio Collovà

20 aprile 2020, in quarantena.

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globetheatre

Interessato al mondo della comunicazione e formazione in generale, (e in particolare al più importante mezzo di comunicazione di massa, come quello televisivo) nelle sue mille sfaccettature, in considerazione dell’importanza crescente che i processi di comunicazione acquisiscono nell'ambito della società moderna determinando così profondi cambiamenti nei modelli di comportamento e nelle relazioni sociali. Sono altresì interessato al processo di formazione dell'arte in una società tecnologicamente avanzata come la nostra, in cui la realtà virtuale è sempre più pressante e invadente. L’attività si sviluppa attraverso un’associazione che opera in continuità con la propria vocazione no profit e che incarna la vocazione alla partecipazione e alla ricerca presupposti irrinunciabili ai fini di una coerente ed efficace azione progettuale e una società dedicata alle componenti progettuali e gestionali dell’azione in campo culturale, e che consente una risposta più efficace e pertinente alla crescente domanda di un approccio imprenditoriale e di una visione aziendale nella gestione dei mercati culturali.

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